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Saturday, January 15, 2011

Benedettini Tedeschi in Tanzania: Questioni Energetiche e Demografiche

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Le Abbazie Benedettine tedesche di Ndanda  e Peramiho sono due oasi per i rarissimi viaggiatori che decidano di esplorare il sud della Tanzania, la regione più povera di uno dei Paesi più poveri al mondo. I Benedettini arrivarono nei territori coloniali tedeschi est-africani sul finire dell’ Ottocento: tra gli scopi fondamentali della loro azione missionaria nella regione tanzaniana confinante col Mozambico (allora colonia portoghese) vi erano quelli di contrastare sia l’ulteriore espansione islamica che le nascenti presenze della Chiesa Luterana nei medesimi territori coloniali.

Viaggiamo per circa 500 kms lungo l’unica strada sterrata che attraversa la foresta. Si tratta dell’antica rotta lunga la quale il Sultano di Oman Seyyid Said gestiva nella prima metà dell’Ottocento il commercio degli schiavi, dal lago Nyasa (il terzo lago più grande d’Africa) alla città costiera di Kilwa sull’Oceano Indiano.


Da lì gli schiavi venivano portati e venduti a Zanzibar eletta, nel 1840, capitale del Sultanato Omanita. La presenza islamica in queste terre è comunque ben più antica e nobile. Già nel IX secolo i mercanti arabi frequentavano le coste africane e, tra il XIII il XV secolo, i sultani della regione di Shiraz (Persia) avevano fondato 30 città-stato sulla costa, tra le quali appunto Kilwa allora prospera capitale e fulcro del commercio dell’oro. Oggi è un cittadina di pescatori con alcune splendide spiagge.


E’ un percorso duro che mette a dura prova anche gli stomaci più resistenti. Il sole picchia e scioglie i corpi dei passeggeri ben compressi entro la jeep che da Ndanda ci porterà alla polverosa città di Tunduru, dove faremo sosta. Attraversiamo i radi villaggi miseri e assetati, nella jeep c’è sempre posto per qualcuno che sale. Basta stringersi ancora un pò.  Padre Titus, Rettore del Seminario Cattolico sito vicino a Peramiho, viaggia con noi. Ha appena pubblicato un articolo sul più importante quotidiano nazionale e ce ne spiega il contenuto: le pratiche superstiziose e i rituali degli stregoni sono assai diffusi nei villaggi della Tanzania, spesso gli albini vengono inseguiti, catturati e mutilati dai loro stessi parenti di pelle nera.

La Chiesa Cattolica è contraria a tutto ciò e cerca di contrastare il potere degli stregoni. La risposta giusta, dice Padre Titus, è nella Santa Messa.   Annuisco: la sua tesi è inconfutabile, non ho il minimo dubbio che egli sia nel giusto.

Passiamo alcuni ponti su fiumi per lo più secchi. Qualcuno ha cercato invano di scavare pozzi per trovare acqua di falda. La stagione delle piogge è iniziata ma in ritardo. I cambiamenti climatici qui non sono un’opinione accademica. Le falde idriche calano e la popolazione, per quanto ancora scarsa in Tanzania,  aumenta. Chiedo a Padre Titus se l’alta natalità in queste terre africane non sia un grosso problema. Egli glissa.  Immagino che la soluzione stia ancora nella Santa Messa.   Lungo alcuni corsi d’acqua, nei dintorni di Tunduru, sono state trovate pietre preziose soprattutto zaffiri.  Alcuni gruppi di tailandesi e di tamili dello Sri Lanka si sono insediati nella foresta, setacciano i fiumi e gestiscono un po’ di business locale.  Il grosso dei profitti va però ai brokers di Dar es Salaam e del commercio internazionale. A Tunduru rimane la polvere.


Proseguiamo verso la città di Songea nei pressi della quale, a Peramiho,  il missionario-esploratore Fratello Cassian (da Bressanone) fondò nel 1898 il primo nucleo di quella che è oggi una imponente Abbazia Benedettina.

Il luogo era propizio in virtù delle ricche sorgenti d’acqua che vi si trovano. Analoga fu la ragione che indusse i Benedettini ad insediarsi a Ndanda.  Dal 1984 i monaci di Peramiho utilizzano la cascata alla confluenza dei due fiumi che solcano il territorio per produrre 500 KW di potenza idroelettrica.  L’impianto è stato realizzato da tecnici tedeschi e svizzeri.  L’ospedale, gestito dalle Sorelle Benedettine, la scuola, l’azienda zootecnica e le tante strutture del complesso Benedettino sono alimentate da quella energia elettrica convogliata a 25kms dal luogo di produzione. Anche i villaggi della zona cominciano ad essere elettrificati. Una rarità in questa parte d’Africa.

L’ Abate Anastasius ci porta a visitare la centrale idroelettrica. E’ un uomo semplice e diretto, proviene da una famiglia contadina dei dintorni di Heidelberg, ha le idee chiare e conosce le cose di cui parla. Spiega che nella stagione secca la produzione idroelettrica è insufficiente e dunque Fratelli e Sorelle stanno cercando nuove fonti di approvvigionamento elettrico. Diesel e benzina sono peraltro molto cari in Tanzania. Egli ha dunque proposto di avviare nei terreni di proprietà Benedettina la coltura della Jatropha dai cui semi si possono ricavare buone quantità di biodiesel. Avevo già menzionato le virtù della pianta su questo blog.


Con circa 100 ettari coltivati l’Abbazia potrebbe coprire il proprio fabbisogno di carburante da trazione e, con alcuni campi in più,  si potrebbero alimentare i generatori per la produzione elettrica nella stagione in cui la portata dei fiumi è scarsa. L'Abate passa dal detto al fatto: ci porta a visitare i campi in cui la Jatropha è già grande. Tra poco arriverà la macchina per pressare i semi e il bio-carburante sarà disponibile.
Il principio dell'autosufficienza ha sempre animato i monaci, la cultura ambientalista qui non è una moda bensì una necessità.


L' Abate è espansivo. Veniamo a sapere che la vita dei monaci in terra d'Africa non è poi così monastica, cosa peraltro ovvia. Le offerte dei fedeli dalla Germania  sono generose e molti cattolici tedeschi, pur frequentando sempre meno le parrocchie, sono propensi a versare diversi soldini per i connazionali-missionari che si trovano ai tropici. La buona coscienza religiosa si esprime anche con un assegno. Così i missionari non se la passano male e, in fondo, non devono lavorare nemmeno tanto. Loro essenzialmente progettano e coordinano, il lavoro manuale viene fatto dai tanzaniani...ad un ritmo blando s'intende.

Ai Fratelli monaci rimane dunque parecchio tempo per accudire le anime e far proseliti. Devono pensare anche alle Sorelle monache che ai tropici si sentono sole: il motto benedettino va dunque completato: "ora, labora et fringuella" risulta senz'altro più aggiornato. I Fratelli non si limitano però a soddisfare le Sorelle, essi devono pensare con spirito missionario anche alle indigene di Tanzania che vivono negli stenti. Apprendiamo così che la poligamia è pratica usuale e le situazioni sessual-pirotecniche assai frequenti. Il contributo missionario all'esuberante tasso di natalità nei villaggi locali è non indifferente: le mamme tanzaniane si trovano così a partorire diversi bimbi mulatti, il proselitismo cattolico-benedettino si concretizza a letto. La penetrazione missionaria in terra d'Africa è sempre stata efficace in quanto condotta con armi affilate, Bismarck lo sapeva bene.

Naturalmente la questione demografica non sembra preoccupare molto i Benedettini esattamente come non preoccupava Padre Titus. L'ipocrisia cattolica in materia è arcinota. Per ora la Tanzania ha una popolazione ancor scarsa e le genti di fedi diverse convivono in pace ma nel vicino Rwanda, l'altissima densità di popolazione fu una delle cause scatenanti dei massacri del 1994. Islamismo e cattolicesimo mirano a far proseliti, tanti più sono i nuovi nati tanto più è alta la probabilità di ingrossare le rispettive schiere di fedeli. In queste terre pervase dall'ignoranza si capisce come avesse ragione Karl Marx qando diceva che "le religioni sono l'oppio dei popoli".

Tornando a Songea, dopo aver lasciato l'Abate di Peramiho, noto diverse sedi delle Chiese Avventiste, delle Assemblee di Dio e delle varie sette che proliferano tra i disperati, qui come nell'America del Sud e altrove.

Proseguo con le immagini positive associate a quei campi di Jatropha e ai pannelli solari che aiutano i monaci di Peramiho e Ndanda nei loro progetti di autosufficienza energetica. Per quanto finanziati in buona parte dai fedeli tedeschi.

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