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Monday, February 11, 2008

Sezione Economia in Ecostiera.it

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Qualche settimana fa il petrolio ha raggiunto la soglia dei “100 dollari al barile” e la notizia ha suscitato una valanga di preoccupate reazioni in Italia e nel mondo. Una gran massa di politici e commentatori per lo più disinformati ha voluto dire la sua.

Negli ultimi anni ho verificato più volte nel corso di vari incontri che la stragrande maggioranza degli italiani (e limitiamoci a questi) non sa cosa sia un “barile”. In tali condizioni è difficile stabilire se il prezzo del petrolio è alto o basso. Stabilito che “1 barile =159 litri” , ne deduciamo che un litro di petrolio costa oggi circa 0.44 Euro: nessuna bibita gassata credo sia tanto economica.

Quand’anche il petrolio dovesse raggiungere i “200 dollari al barile”, il suo costo per litro rimarrebbe comunque inferiore a quello del succo di frutta, della birra o del Tavernello. Ma il valore reale di questo straordinario liquido (formatosi 150 milioni di anni fa e disponibile solo in alcune zone della Terra ad una profondità che oscilla dai due ai cinque kms circa) può essere stimato oggettivamente solo sulla base della quantità di energia in esso contenuta.

Va detto allora che un litro di petrolio contiene circa 11KWh di energia e ciò corrisponde grosso modo a “diecimila chilo calorie”. E' l’energia sufficiente ad alimentare un robusto essere umano per oltre tre giorni! Dunque, se il petrolio fosse commestibile, con 44 centesimi di euro ognuno di noi potrebbe vivere più di tre giorni. Il paradosso prova in modo inconfutabile che il petrolio è ancora terribilmente economico con buona pace della massa di agitati strilloni.

E’ evidente che il vero problema non sta nel “petrolio in sé” bensì nell’incapacità delle società umane di gestire con parsimonia il loro rapporto con questo (ed anche con gli altri) combustibile di origine fossile, rapporto iniziato nel 1859 con la trivellazione in Pennsylvania del primo pozzo.

Da allora vari e complessi fattori hanno concorso a determinare il prezzo del duttile liquido diventato sempre più indispensabile alle economie mondiali nel corso del ‘900 anche in virtù dello sviluppo dell’industria automobilistica. Ed infatti la storia di quest’ultima si intrecciò ben presto con quella delle compagnie petrolifere: già negli anni ’20, General Motors cominciò a minare il sistema di trasporto pubblico elettrico a New York. La medesima politica di distruzione proseguì poi nei due decenni successivi in tutte le più grandi città degli USA in collaborazione con Standard Oil, la madre (o nonna) di Exxon, Amoco e Chevron-Texaco. Si doveva passare all’automobile alimentata da petrolio!

Oggi il mondo brucia circa 85 milioni di barili di petrolio al giorno (mbpg) e la tendenza è al rialzo, almeno fin quando ci sarà oro nero da estrarre e bruciare. Il geologo Marion King Hubbert aveva previsto già nel 1956 che gli USA avrebbero raggiunto il loro picco di produzione di petrolio nel 1971. Non fu ascoltato, anzi fu osteggiato in vari modi. Tale picco, arrivato poi puntualmente, ha influenzato la storia politica e militare mondiale di questi ultimi 35 anni. Oggi gli USA producono 8.3 mbpg ma ne consumano 20.6. Per fortuna ci sono ancora l’Arabia Saudita e la Russia che producono rispettivamente 10.7 e 9.7 mbpg mentre il Canada è in ascesa, per quanto i costi di estrazione del suo petrolio non convenzionale saranno via via più elevati.

Gli sceicchi d’Arabia hanno avuto storicamente un ruolo calmieratrice sul prezzo del petrolio ma la loro funzione dovrà prima o poi esaurirsi con il raggiungimento del picco di Hubbert in Arabia. Si consideri che metà del petrolio saudita proviene da un unico mega-giacimento, quello di Ghawar scoperto nel lontano 1948. Nulla dura in eterno, tanto meno il petrolio, dunque aspettiamoci ben altri rincari rispetto a quelli che vediamo in queste settimane. Non mi sembra però che siano in molti oggi a prendere il toro per le corna e a scegliere l’unica via possibile: quella della modificazione/riduzione drastica dei consumi individuali accompagnata da misure di efficienza energetica. Al contrario, aumenta il numero di auto di grossa cilindrata in circolazione e c’è ancora chi pensa che lo sviluppo di un Paese sia quantificabile attraverso l’indice del PIL al quale, anche in Italia, contribuisce in modo chiave l’industria dell’auto. E’ chiaro che siamo in un circolo vizioso. Non se ne esce se non puntando su produzioni industriali a basso consumo energetico e ad alta tecnologia. Oltre che sulla bicicletta la quale deve diventare il perno del trasporto urbano: ma so che si tratta ancora di un sogno. Peccato perché, tra l’altro, pedalando ci si mantiene in gran forma.

Di petrolio sono intrise le merci che arrivano nei supermercati del mondo, che entrano nelle case della gente e che da queste escono nella forma di rifiuti. Per diversi giorni, i titoli di testa della BBC sono stati occupati dalle strade di Napoli strapiene di montagne di spazzatura, spesso fumante. Pezzi di bel giornalismo accostavano quelle immagini al ritorno in ufficio del sorridente Presidente Prodi dopo le vacanze.

Eppure il caso di Napoli e del suo hinterland è forse solo la punta di un iceberg, rappresenta una situazione estrema, resa insopportabile dalla presenza di interessi criminali e dalla correlata incapacità dei politici di trovare soluzioni decenti, oltre che dalla troppo alta densità di popolazione. Ma quel dramma, palese a Napoli, è latente altrove. Andrebbe però detto, per stroncare le tante e solite esternazioni razziste di questi giorni, che a Salerno la gestione amministrativa è ben diversa. Ed anche Salerno è in Campania. Ad essere precisi, la produzione di rifiuti pro-capite sembra essere in Campania addirittura inferiore sia alla media nazionale che a quella delle regioni meridionali sempre che tutto venga conteggiato esattamente. Ma questi son “dettagli”. Il problema è che si tratta in generale di valori medi comunque troppo alti, oscillanti da 1.3 a quasi 2 kg al giorno per abitante.

E’ evidente allora che la vera, radicale soluzione del problema, a Napoli o altrove, non può essere quella della “raccolta differenziata” in sé, né tantomeno quella dell’ “incenerimento”.

La prima è senz’altro una cosina che va fatta ed appartiene alla sfera della buona educazione ma non la enfatizzerei troppo perché poi comunque si rimane con materiali sì differenziati ma spesso difficili da gestire; inoltre può fornire un alibi al cittadino il quale, differenziando, crede di aver risolto il problema e si mette la coscienza a posto. La seconda soluzione, gentilmente detta “termovalorizzazione” (anche solo della parte non riciclabile) induce una strabiliante produzione di gas ad effetto serra. Peraltro l’Italia, dopo aver firmato il protocollo di Kyoto, non lo rispetta: mi sembra difficile che gli inceneritori possano aiutare a far quadrare i conti. E’ vero che bruciare i rifiuti in strada produce ancor più diossine degli inceneritori ma è anche vero che la gente di qualità tende “al meglio” e non “al meno peggio”, che poi diventa sempre peggiore. Semmai si ricorre ad alcuni inceneritori come “scelta residuale”, dopo aver fatto tutto il resto. Ma non sono essi l’ancora di salvezza come taluni, forse non privi di interessi, sostengono in questi giorni.

Dunque, la vera soluzione è il classico uovo di colombo: “la non produzione di rifiuti o perlomeno la loro drastica riduzione”. Raggiunto questo standard il problema rifiuti sarebbe praticamente inesistente ed un inceneritore per tutta la Penisola sarebbe più che sufficiente. Come ho detto in altre occasioni, c’è solo una strada per giungere a questo fine: far pagare salatamente i rifiuti per quantità e qualità al cittadino non dotato di senso della responsabilità individuale e dunque iper-produttore di rifiuti. Va quindi abbandonata la consuetudo imbecille della tassa basata sulla superficie dell’abitazione, incredibilmente ancora in voga in quasi tutta Italia. Anziché colpire il rifiuto colpisce la casa. Immagino che possa essere utile ai Comuni pigri continuare con questo andazzo (ed avere una voce d’entrata prontamente variabile a seconda dei bisogni finanziari) ma così si va di male in peggio sul fronte dei rifiuti. Soltanto imponendo la strada indicata, anche al prezzo della iniziale impopolarità, gli amministratori potranno innescare un meccanismo virtuoso ed etico. Chi non produce rifiuti non paga: è perfino un fatto di giustizia sociale.

Gli stessi cittadini impareranno a fare la spesa, miglioreranno la qualità della loro alimentazione e, non sprecando, aumenteranno anche la propria ricchezza individuale. A parità di stipendio, chi ha più cultura, riesce sempre ad avere un potere d’acquisto più elevato. Ed anche la dipendenza dal petrolio delle società umane verrebbe drasticamente ridotta. Lasciando disoccupati molti strilloni.

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