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Wednesday, February 16, 2011

Nord Africa e Paesi Islamici, Rivolte Popolari e Prezzi degli Alimenti

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Un mese fa ero di passaggio al Cairo quando un uomo si era appena dato fuoco davanti al Parlamento Egiziano. L'uomo non aveva più diritto ai coupons che gli avevano permesso di comprare pane a prezzo sussidiato per il suo piccolo ristorante. Questa era la notizia con cui apriva il Daily News del 18 Gennaio, il quale riferiva anche che il Ministro degli Esteri aveva escluso per l'Egitto la possibilità di rivolte in stile tunisino. Da lì a un paio di giorni la protesta popolare contro la dittatura di Mubarak è divampata smentendo il lungimirante Ministro.


Non era peraltro difficile coglierne i segnali e mi chiedevo tempo quanto ancora le popolazioni dei Paesi Arabi e dell'Iran avrebbero potuto sopportare di rimanere soggiogate. Avevo appena spiegato a Federico che gli Arabi d'Israele avevano, nonostante tutto, condizioni di vita ben migliori dei loro pari viventi nei Paesi Arabi vicini.
Dalla Tunisia all'Egitto e di nuovo all'Iran le fasce sociali più istruite e dinamiche chiedono la fine delle corrotte dittature familistiche ma non c'è dubbio che il malcontento delle grandi masse che vediamo in queste settimane deriva dall'ulteriore peggioramento delle condizioni economiche. La massa protesta perchè vive male e spesso ha fame.

Eppure l' osservatorio della FAO che monitora gli indici dei prezzi delle derrate alimentari aveva rivelato da sei mesi aumenti record soprattutto per zucchero, olii e cereali.

In realtà la produzione mondiale di cereali nel 2010 non è andata male ed è calata globalmente solo dell' 1.4% rispetto all'anno precedente. I Paesi in via di sviluppo hanno avuto aumenti produttivi che hanno quasi compensato i decrementi dei Paesi sviluppati. Il problema è che la domanda globale continua a crescere generando aspettative di riduzione degli stocks, dunque forti aumenti dei prezzi. Le alluvioni in Australia e la siccità in Argentina creano ulteriori instabilità sui mercati tant'è che a Dicembre 2010 il prezzo del grano USA da export ha raggiunto i 324 US$ per tonnellata, il 70% in più che a Luglio.

Sono 77 i Paesi del mondo classificati a basso reddito e con deficit alimentare (Low Income Food Deficit Countries, LIFDC). Complessivamente, nel 2010, questi 77 hanno aumentato del 2.5% la produzione di cereali rispetto al 2009. Se si scorporano i dati si vede però che nel Nord-Africa la produzione è crollata del 10%, un dato importante. Inoltre l'incremento di capacità produttiva non affranca i Paesi LIFDC dal bisogno di continuare ad importare e, poichè i prezzi aumentano, la loro bilancia commerciale peggiora.

Continuando a leggere il rapporto FAO si nota come in Tunisia la produzione di grano è calata del 46% rispetto al 2009 e del 35% rispetto alla media dei 5 anni precedenti. L' Egitto è il più grosso produttore regionale ma è anche il primo importatore di grano al mondo (oltre 10 milioni tons) e due terzi dell'import venivano dalla Russia che però, a causa di una paurosa siccità, ha prima vietato e poi ridotto l'export. L'aumento del prezzo della farina di grano (solo una parte è sussidiata dal governo) si è ripercossa sui prezzi dei prodotti di base e si è aggiunto all'aumento dei prezzi di carne, riso e verdure. La situazione è esplosa anche per questo. Insomma la coperta è corta ed in questo mondo le fluttuazioni (cambiamenti) del clima in Russia o Argentina hanno effetti globali.

Persino nel tranquillo e generalmente benestante Oman c'è stata qualche protesta ma bisogna davvero andare a trovarne traccia nella stampa internazionale. In questo interessante Paese, con una bassissima densità di popolazione e una storica attenzione del Sultanato ai temi ambientali, non vediamo i conflitti che sconvolgono gli Stati Arabi vicini. Forse qualcosa ciò significa...magari poi vengo smentito domani mattina.

2 comments:

ugo said...

L’Italia? Un deposito nucleare
di Ugo Gaudenzi - 17/02/2011
RINASCITA
E’ una storia nota, ma la ripetiamo, anche a costo di sembrare monomaniaci: sono centinaia gli ordigni nucleari occultati in Italia da oltre mezzo secolo e pronti ad essere utilizzati contro altre nazioni su semplice ordine Usa.
E dire che appena dieci giorni fa, il 7 febbraio, il governo e la Duma di Mosca sono tornati a chiedere agli Stati Uniti di “rimuovere le proprie armi nucleari e smantellare le infrastrutture costruite per loro nelle basi insediate in territorii straniero”. Come d’obbligo in Occidente, la notizia è stata rimossa dalle “informazioni” graziosamente donate dagli “autorevoli” media italiani, molto più interessati ad amplificare le gesta delle varie Ruby o Brenda. Una tale “rimozione” è utile a chi comanda davvero l’Italia: oltre il 70 per cento dei nostri concittadini, infatti, ignora l’esistenza del potenziale bellico nucleare sparso sul territorio italiano. E che secondo gli stessi rapporti del Pentagono è pari a “un impatto esplosivo di distruzione di oltre il 50 per cento del territorio” nazionale.
Basi di occupazione che, si badi bene, non sono soltanto quelle “tre o quattro” - Aviano, Ederle, Ghedi Torre, Napoli.. - che più o meno anche i più distratti conoscono dai tempi dell’Allied Force in Italy, ma un centinaio di più.
Come è noto - anche grazie ad una deliziosa, si fa per dire, “circolare Trabucchi” che rimuove ogni ostacolo al movimento di uomini e mezzi militari “alleati” sul nostro territorio - i piloti statunitensi possono decollare da un momento all’altro con armamenti atomici capaci di regalare agli obiettivi “ostili” decisi da Washington una forza distruttiva che moltiplicherebbe per 900 volte l’effetto prodotto, a Giappone già sconfitto, dagli Usa su Hiroshima e Nagasaki.
Si sa. Gli americani hanno il dovere di portare la democrazia, costi quel che costi. Il placet a simili “operazioni”, peraltro, è stato già scritto e ben definito dal Nuclear Posture Review del Pentagono: gli Usa non escludono la possibilità di impiegare preventivamente armi nucleari contro gli Stati da loro definiti “canaglia”. Un possibile obiettivo? Naturalmente l’Iran: un “potenziale”... Nemico Nucleare.
Ma come mai l’Italia, allora, anche per difendere la sua pace, la sua sicurezza, e non diventare a sua volta obiettivo di ritorsioni, non “restituisce agli Usa” le testate atomiche, come già fatto da Canada, Grecia, Danimarca e Islanda?
Ma perché abbiamo perso la guerra, nel 1945, e siamo tuttora loro prigionieri, siamo in cattività controllata. Elementare.

marco zoli said...

Grazie ma mi sembra che sia andato fuori tema.